Nei ritratti a figura intera delle grandi dame settecentesche, sotto i broccati e le sete delle ampie gonne, non appariva neppure la punta delle scarpine, forse ritenute un richiamo carnale sconveniente per una signora; ma basta una scorsa alla Royal Collection di dipinti della Regina Elisabetta per capire come invece stivali e scarpe non fossero solo parte indispensabile dell’eleganza maschile, ma in qualche modo venissero esibiti anche per rappresentare il potere, la virilità, la casta.

Scarpe: eleganza

Tra i più bei stivali da caccia che si siano mai visti ci sono quelli indossati dal bel principe Alberto in un quadro di Sir Edwin Landseer; di morbido camoscio rossastro, flosci, con un ampio risvolto e portati su pantaloni chiari aderenti, tra selvaggina uccisa e cani festanti, danno al principe consorte un’aria molto sexy. E si capisce perché la giovane e graziosa regina Vittoria guardi il suo bel consorte con una certa regale cupidigia, porgendogli un mazzolino di fiori rossi.

In quel quadro c’è pure una deliziosa piccina tutta volant e polacchette rosse, una sola, la primogenita Victoria, mentre in un altro, opera del celebre ritrattista di regnanti, Franz Xavier Winterhalter, i figli sono già cinque (e diventeranno nove), e di almeno due bimbe si scorgono le pantofoline di seta candida legate da nastri sulle infantili gambette; la coppia è seduta su poltrone di broccato rosso incorniciato di legno dorato e non si guarda. Abbigliata di gonfio pizzo bianco e gioielli lei, lui con baffi e favoriti perfettamente acconciati e molte decorazioni sull’abito nero: e delicate scarpette nere sottili come sigari, portate con calze ricamate nere trasparenti fermate al ginocchio dai pantaloni e, sulla gamba sinistra, dal prezioso Ordine della Giarrettiera.

Nei ritratti d’epoca si ritrovano già tutti i tipi di scarpe che hanno attraversato i decenni, con pochi cambiamenti, e se mai quelle contemporanee paiono esibire in generale esagerazioni e minor cura, tranne quelle sempre più di eccezione, la- vorate a mano e su misura. Tornando al passato, i magnifici mocassini con fibbia e mezzo tacco dei ricchi giovani avventurosi che nel Settecento dall’Inghilterra attraversavano le scomode Alpi per il grand tour nella misteriosa e bellissima Italia, erano gli stessi che si portavano a Londra per assistere ai concerti: tanto nei punti più impervi e pericolosi il viaggio proseguiva in portantina, trasporta- ta da uomini di fatica, quelli sì con pesanti e rustici stivali.

Si sa che oggi le scarpe contendono alle borse il primato di feticcio fashion, e ci sono signore che ad ogni dispiacere sentimentale se ne comprano un paio e più, intasando gli armadi. Nessuna ragazza sensata dimentica la passione di Carrie, protagonista di Sex and the City, per certi sandalini precari come nuvole sui tacchi altissimi, di cui risulta indispensabile la firma, il marchio che consente di venderle a prezzi folli per gli umani. E per quel che riguarda gli uomini, c’è chi ricorda con qualche brivido un vecchio film del 1964 diretto da Buñuel (ma ce ne è una prima versione del 1946 diretta dal grande Renoir), intitolato Diario di una cameriera, in cui il padrone feticista si innamora degli stivaletti stringati della perversa domestica Jeanne Moreau e li bacia forsennatamente. Non credo che avvenga il contrario, cioè che le donne innamorate bacino le scarpe dei loro uomini, neppure se si tratta del meraviglioso Richard Gere di American Gigolo che cura ossessivamente i ferri del suo mestiere mercenario, cioè il proprio abbigliamento elegante e firmato, comprese le scarpe.

Bisogna dire che in questi ultimi anni, da questo punto di vista, le donne sono state punite nell’eventuale bizzarria feticista, dalla moda maschile (e non solo) delle scarpe da ginnastica possibilmente senza stringhe o con stringhe slacciate, e sempre più mastodontiche e informi. Quali sogni lubrichi potrebbero mai su- scitare questi montagnosi oggetti, per loro natura e materiale spesso emananti odori non dei più gradevoli? Non si tratta solo di una merce a buon mercato, visto che ce ne sono firmate da stilisti e quindi molto care, si tratta dell’idea balzana che “facciano giovane”. Ottime per i veri giovani, tolgono agli ultra- trentenni qualunque corporeità minimamente attraente.

Quando un uomo accavalla le gambe con garbo virile, e le sue scarpe balzano in primo piano, se perfette, lucenti, ben tenute, mai esagerate, di gusto inglese o italiano, sportive o eleganti, vistosamente fatte su misura, quell’uomo emana potere, tranquillità, sicurezza, amabile fascino, forza interiore. Come in passato gli esponenti delle case regnanti negli autorevoli ritratti ufficiali, come oggi quel fantastico protagonista della serie televisiva Med Men, ambientata nel mondo della pubblicità degli anni Cinquanta e Sessanta a New York, quel misterioso, malinconico, spietato, fascinoso, elegantissimo (anche con cappello, come si usava allora per gli uomini importanti) Don Draper, interpretato dall’attore John Hamm, un nuovo Cary Grant che sta passando al cinema.

La storia delle scarpe è affascinante e rivelatrice di numerosi aspetti di ogni società e di ogni epoca. Certo, ci sono stati secoli e luoghi neppure tanto lontani nel tempo, in cui le scarpe erano il segno della ricchezza irraggiungibile; non dimentichiamo il meraviglioso Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi che ci riporta alla miseria della bassa bergamasca fine Ottocento, quando anche un paio di zoccoli di legno era proibitivo per i contadini sfruttati, o agli scugnizzi scalzi di Raffaele Viviani, o ancora, in un bel romanzo pubblicato da poco, Tentazione dell’ungherese Székely Jànos, all’infanzia del piccolo Bela che nei primi decenni del Novecento, va a scuola nella neve avvolgendosi i piedi nella carta. Resta, quella delle scarpe, una bella, lunga, sconosciuta avventura che questo libro ci rivela in tutta la sua storia, mercantile e creativa, sociale e politica, artistica e mondana. Anche la storia tutta milanese della calzoleria Rivolta, cominciata nel 1883 in via Gesù, continuata in via Verri, e che è ricominciata dal marzo scorso in via della Spiga dove i piedi più importanti di Milano vengono amorosamente calzati su misura, da una schiera di magnifici artigiani e dalle ultime tecnologie digitali.

di Natalia Aspesi
(Magnifica ossessione da “La misura dell’eleganza”)